Cominciammo dieci anni fa, ancora adolescenti nel teatro – poesia a fare capriole e salti, emettendo la voce lì dove il corpo è nel suo sforzo massimo, per sentire il calore e l’affanno di grotowskiana memoria.
Ci spostammo in cerca di altre esperienze, incrociando i nostri destini con quelli del teatro italiano dei primi anni ’90, Stefania proseguì verso il mondo delle marionette e del canto con Ewa Benesz e io naufragai in un teatro nomade detto l’impasto con Alessandro Bertie Michela Lucenti.
Ben presto tornammo pronti a intraprendere personali visioni e personali capricci in vecchie masserie abbandonate dove mai stanchi lavoravamo inseguendoci tra colonne di pietra e albe.
in quegli anni abbiamo esplorato e reinventato spazi, linguaggi e racconti autobiografici, intessendo un forte legame con luoghi e persone che incontravamo nel territorio, fuori dagli spazi prettamente teatrali.
Nessun attore, infatti, e nessun laboratorio ci aveva commosso come lo sguardo di un casellante pittore e scrittore nel paesino di Tutino a Tricase.
Le sue poesie e i suoi racconti erano carne e cieli estivi che mettemmo in scena nel nostro primo lavoro in un padiglione dell’ex manicomio di Lecce con lo spettacolo “Guai in un paese d’utopia” (2000).
Gli psichiatri non credendo ai propri occhi ci affidarono un lavoro con i loro “figli – pazienti” che si concluse dopo un anno con lo spettacolo “Leccesso” nato dall’incontro tra le biografie dei ragazzi e i racconti di Jorge Louis Borges.
In quell’anno facemmo anche lo spettacolo “Porkopolis”.
In cerca di un luogo dove poter provare, trovammo il capannone dell’ex laboratorio saldatura nell’area ex-Cnos, pieno di macchinari e marchingegni arrugginiti.
E’ stato un percorso faticoso ma creativo trasformare un’officina nella sala dove attualmente proviamo.
Da quel momento la ricerca diventa meno nomade e si concentra maggiormente sul lavoro sul corpo, sulla voce e sul movimento: Stefania cura il training e mi aiuta alla regia, io curo la scrittura e le scelte registiche, continuando ad approfondire il pensiero e la pratica sul riutilizzo e sul riciclo dei luoghi e degli oggetti.
Nel 2002 insieme a due ragazzi che ci seguirono sgusciando via dall’ex Opis creammo lo spettacolo “Lo schiaffo del soldato“ tratto dal Bafometto di Pierre Klossowski, uno stupendo principe dei mutamenti che fa innamorare il generale maligno e dittatore tanto da ridurlo a diventare una simpatica signorina dalle buone maniere e dalle mani deliziose in cucina dimenticando così i cannoni da guerra e le battaglie per la conquista del mondo.
Dopo Klossowski abbiamo incontrato le fiabe di Lewis Carroll.
Oltre me e Stefania, c’erano altre otto persone provenienti da diversi contesti, incontrati durante un primo periodo di selezione attraverso laboratori e letture delle opere di Carroll, c’era anche uno scenografo alchemico (Dario Rizzello), capace di creare dal nulla le scene che avevamo in mente di comporre, e un fotografo (Pippo Affinito) che da sempre ci procura il materiale che testimonia quanto abbiamo fatto nella più completa mancanza di maestri, orfani e discepoli dell’umore.
Il nostro lavoro e’ sempre stato stimolato da opere letterarie nelle quali il testo di origine viene smantellato e riscritto nella continua ricerca del ritmo che si vuole infondere allo spettacolo;
riscrittura che continua attraverso il processo di lavoro dei corpi, delle voci, delle azioni degli attori e delle attrici.
Le scelte che ruotano intorno al teatro che facciamo sono sempre in bilico tra la creazione e la distruzione del personaggio, la storia e i legami inattesi, la narrazione e la frantumazione dell’intreccio, la voce e il soffio, il montaggio e il ritmo, il singolo e la coralità.
Dopo “La caccia allo Snark” in una stradina buia e periferica abbiamo incontrato Kafka, ancora qualcosa di fiabesco ma questa volta una fiaba nera, crudele.
Leggendo i suoi racconti abbiamo pensato di comporre una trilogia. Questa idea ci e’ venuta perché una volta entrati nel mondo kafkiano e’ molto difficile uscirne, sei come innamorato e ti dispiace doverlo lasciare, forse perché pur addentrandoti Kafka non lo si afferra, ti lascia sempre la sensazione che c’è dell’altro…



La storia
